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macbook pro
:D

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Questa è una di quelle storie che cominciano con il colpo di scena. Questa storia comincia con uno boato, con una rinuncia, con qualcosa che si spezza. Questa storia comincia con un libretto rinunciatario.
Queste storie sembrano fatte apposta per incollarti alla sedia fin dal primo minuto, fanno un patto con chi le legge affinché solo la mente possa muoversi senza limiti, tutto il resto è immobile quasi togliesse energia al grande movimento di immagini e sensazioni.
In questa storia il giovane protagonista lascia il certo per l’incerto, come tanti eroi ed altrettanti folli. Ciò che distingue un eroe da un folle, in fondo, è la sua abilità nel trasmettere ed infondere la sua follia negli uomini che ha intorno. Sono dei folli che ce l’hanno fatta insomma.
Il giovane protagonista comincia così, senza nulla in tasca, poche certezza, un etto di speranza. Comincia con un blog, una sorta di diario del nuovo millennio dove poter scrivere le sue nuove giornate. Perché scrivere? Per due ragioni credo: innanzitutto per superare la paura del nuovo che non conosci; poi per potersi rileggere un giorno…per poter mettere insieme i punti e dare maggior senso alla propria identità. Come quando ritorni in un posto importante e all’istante ti ricordi chi sei, cosa hai provato, quante volte hai riso e quanti solchi hanno scavato le lacrime.
Questa è una storia di sport. Come una vera corsa a tappe, è composta da diversi paesaggi: lunghi rettilinei verdi, ripidi tornanti di montagna, pericolose discese, volate all’ultimo metro. Così il suo percorso, tra la voglia di accelerare il passo e la paura, nel voltarsi, di aver azzardato troppo. Nonostante tutto, quel certo che gli andava così stretto un tempo è ancora qui con lui. E non gli dispiace nemmeno che ci sia.
Non manca molto ormai. Sente l’odore di traguardo ma di energie ne ha davvero poche. Gente che lo incita, la paura di forare proprio alla fine, l’acido lattico che lo paralizza…ha corso tanto, così tanto senza mai pensarci e, tutto ad un tratto, la paura di non farcela. Dicono che sia normale ma quando ci sei dentro mica ci fai caso a quello che ti dicono. Allora piega la testa, stringe i denti, la gamba non riesce più a spingere sul pedale; la mano spinge il ginocchio verso il basso, per un altro giro, poi un altro ancora. Tanto non manca molto.
“Non ti voltare, non pensare a quanta strada hai fatto, non pensare che hai sopravvalutato il tuo fisico”.
Non ci penso, o quantomeno ci provo. Tanto ormai ci sono…e le pagine di questo blog sono qui per ricordarmelo.
Stringi i denti, gonfia le vene….c’è una smorfia che sembra un sorriso…

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Sono onorato di essere qui con voi oggi alle vostre lauree in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Anzi, per dire la verità, questa è la cosa più vicina a una laurea che mi sia mai capitata. Oggi voglio raccontarvi tre storie della mia vita. Tutto qui, niente di eccezionale: solo tre storie.

La prima storia è sull’unire i puntini.

Ho lasciato il Reed College dopo il primo semestre, ma poi ho continuato a frequentare in maniera ufficiosa per altri 18 mesi circa prima di lasciare veramente. Allora, perché ho mollato?

E’ cominciato tutto prima che nascessi. Mia madre biologica era una giovane studentessa di college non sposata, e decise di lasciarmi in adozione. Riteneva con determinazione che avrei dovuto essere adottato da laureati, e fece in modo che tutto fosse organizzato per farmi adottare fin dalla nascita da un avvocato e sua moglie. Però quando arrivai io loro decisero all’ultimo minuto che avrebbero voluto adottare una bambina. Così quelli che poi sono diventati i miei genitori adottivi e che erano in lista d’attesa, ricevettero una chiamata nel bel mezzo della notte che gli diceva: “C’è un bambino, un maschietto, non previsto. Lo volete voi?” Loro risposero: “Certamente”. Più tardi mia madre biologica scoprì che mia madre non si era mai laureata al college e che mio padre non aveva neanche finito il liceo. Rifiutò di firmare le ultime carte per l’adozione. Poi accetto di farlo, mesi dopo, solo quando i miei genitori adottivi promisero formalmente che un giorno io sarei andato al college.

Diciassette anni dopo andai al college. Ma ingenuamente ne scelsi uno altrettanto costoso di Stanford, e tutti i risparmi dei miei genitori finirono per pagarmi l’ammissione e i corsi. Dopo sei mesi, non riuscivo a vederci nessuna vera opportunità. Non avevo idea di quello che avrei voluto fare della mia vita e non vedevo come il college potesse aiutarmi a capirlo. Eppure ero là, che spendevo tutti quei soldi che i miei genitori avevano messo da parte lavorando per tutta la loro vita. Così decisi di mollare e avere fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. Era molto difficile all’epoca, ma guardandomi indietro ritengo che sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell’attimo che mollai il college, potei anche smettere di seguire i corsi che non mi interessavano e cominciai invece a capitare nelle classi che trovavo più interessanti.

Non è stato tutto rose e fiori, però. Non avevo più una camera nel dormitorio, ed ero costretto a dormire sul pavimento delle camere dei miei amici. Guadagnavo soldi riportando al venditore le bottiglie di Coca cola vuote per avere i cinque centesimi di deposito e poter comprare da mangiare. Una volta la settimana, alla domenica sera, camminavo per sette miglia attraverso la città per avere finalmente un buon pasto al tempio Hare Krishna: l’unico della settimana. Ma tutto quel che ho trovato seguendo la mia curiosità e la mia intuizione è risultato essere senza prezzo, dopo. Vi faccio subito un esempio.

Il Reed College all’epoca offriva probabilmente la miglior formazione del Paese relativamente alla calligrafia. Attraverso tutto il campus ogni poster, ogni etichetta, ogni cartello era scritto a mano con calligrafie meravigliose. Dato che avevo mollato i corsi ufficiali, decisi che avrei seguito la classe di calligrafia per imparare a scrivere così. Fu lì che imparai dei caratteri serif e san serif, della differenza tra gli spazi che dividono le differenti combinazioni di lettere, di che cosa rende grande una stampa tipografica del testo. Fu meraviglioso, in un modo che la scienza non è in grado di offrire, perché era artistico, bello, storico e io ne fui assolutamente affascinato.

Nessuna di queste cose però aveva alcuna speranza di trovare una applicazione pratica nella mia vita. Ma poi, dieci anni dopo, quando ci trovammo a progettare il primo Macintosh, mi tornò tutto utile. E lo utilizzammo tutto per il Mac. E’ stato il primo computer dotato di una meravigliosa capacità tipografica. Se non avessi mai lasciato il college e non avessi poi partecipato a quel singolo corso, il Mac non avrebbe probabilmente mai avuto la possibilità di gestire caratteri differenti o font spaziati in maniera proporzionale. E dato che Windows ha copiato il Mac, è probabile che non ci sarebbe stato nessun personal computer con quelle capacità. Se non avessi mollato il college, non sarei mai riuscito a frequentare quel corso di calligrafia e i persona computer potrebbero non avere quelle stupende capacità di tipografia che invece hanno. Certamente all’epoca in cui ero al college era impossibile unire i puntini guardando il futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando ho potuto guardare all’indietro.

Di nuovo, non è possibile unire i puntini guardando avanti; potete solo unirli guardandovi all’indietro. Così, dovete aver fiducia che in qualche modo, nel futuro, i puntini si potranno unire. Dovete credere in qualcosa – il vostro ombelico, il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa. Questo tipo di approccio non mi ha mai lasciato a piedi e invece ha sempre fatto la differenza nella mia vita.

La mia seconda storia è a proposito dell’amore e della perdita

Sono stato fortunato: ho trovato molto presto che cosa amo fare nella mia vita. Woz e io abbiamo fondato Apple nel garage della casa dei miei genitori quando avevo appena 20 anni. Abbiamo lavorato duramente e in 10 anni Apple è cresciuta da un’azienda con noi due e un garage in una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti. L’anno prima avevamo appena realizzato la nostra migliore creazione – il Macintosh – e io avevo appena compiuto 30 anni, e in quel momento sono stato licenziato. Come si fa a venir licenziati dall’azienda che hai creato? Beh, quando Apple era cresciuta avevamo assunto qualcuno che ritenevo avesse molto talento e capacità per guidare l’azienda insieme a me, e per il primo anno le cose sono andate molto bene. Ma poi le nostre visioni del futuro hanno cominciato a divergere e alla fine abbiamo avuto uno scontro. Quando questo successe, il Board dei direttori si schierò dalla sua parte. Quindi, a 30 anni io ero fuori. E in maniera plateale. Quello che era stato il principale scopo della mia vita adulta era andato e io ero devastato da questa cosa.

Non ho saputo davvero cosa fare per alcun imesi. Mi sentivo come se avessi tradito la generazione di imprenditori prima di me – come se avessi lasciato cadere la fiaccola che mi era stata passata. Incontrai David Packard e Bob Noyce e tentai di scusarmi per aver rovinato tutto così malamente. Era stato un fallimento pubblico e io presi anche in considerazione l’ipotesi di scappare via dalla Silicon Valley. Ma qualcosa lentamente cominciò a crescere in me: ancora amavo quello che avevo fatto. L’evolvere degli eventi con Apple non avevano cambiato di un bit questa cosa. Ero stato respinto, ma ero sempre innamorato. E per questo decisi di ricominciare da capo.

Non me ne accorsi allora, ma il fatto di essere stato licenziato da Apple era stata la miglior cosa che mi potesse succedere. La pesantezza del successo era stata rimpiazzata dalla leggerezza di essere di nuovo un debuttante, senza più certezze su niente. Mi liberò dagli impedimenti consentendomi di entrare in uno dei periodi più creatvi della mia vita.

Durante i cinque anni successivi fondai un’azienda chiamata NeXT e poi un’altra azienda, chiamata Pixar, e mi innamorai di una donna meravigliosa che sarebbe diventata mia moglie. Pixar si è rivelata in grado di creare il primo film in animazione digitale, Toy Story, e adesso è lo studio di animazione più di successo al mondo. In un significativo susseguirsi degli eventi, Apple ha comprato NeXT, io sono ritornato ad Apple e la tecnologia sviluppata da NeXT è nel cuore dell’attuale rinascimento di Apple. E Laurene e io abbiamo una meravigliosa famiglia.

Sono sicuro che niente di tutto questo sarebbe successo se non fossi stato licenziato da Apple. E’ stata una medicina molto amara, ma ritengo che fosse necessaria per il paziente. Qualche volta la vita ti colpisce come un mattone in testa. Non perdete la fede, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha trattenuto dal mollare tutto sia stato l’amore per quello che ho fatto. Dovete trovare quel che amate. E questo vale sia per il vostro lavoro che per i vostri affetti. Il vostro lavoro riempirà una buona parte della vostra vita, e l’unico modo per essere realimente soddisfatti è fare quello che riterrete un buon lavoro. E l’unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che fate. Se ancora non l’avete trovato, continuate a cercare. Non accontentatevi. Con tutto il cuore, sono sicuro che capirete quando lo troverete. E, come in tutte le grandi storie, diventerà sempre migliore mano a mano che gli anni passano. Perciò, continuate a cercare sino a che non lo avrete trovato. Non vi accontentate.

La mia terza storia è a proposto della morte

Quando avevo 17 anni lessi una citazione che suonava più o meno così: “Se vivrai ogni giorno come se fosse l’ultimo, sicuramente una volta avrai ragione”. Mi colpì molto e da allora, per gli ultimi 33 anni, mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni qualvolta la risposta è “no” per troppi giorni di fila, capisco che c’è qualcosa che deve essere cambiato.

Ricordarsi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita. Perché quasi tutte le cose – tutte le aspettative di eternità, tutto l’orgoglio, tutti i timori di essere imbarazzati o di fallire – semplicemente svaniscono di fronte all’idea della morte, lasciando solo quello che c’è di realmente importante. Ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore che io conosca per evitare di cadere nella trappola di chi pensa che avete qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione per non seguire il vostro cuore.

Più o meno un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Ho fatto la scansione alle sette e mezzo del mattino e questa ha mostrato chiaramente un tumore nel mio pancreas. Non sapevo neanche che cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che si trattava di un cancro che era quasi sicuramente di tipo incurabile e che sarebbe stato meglio se avessi messo ordine nei miei affari (che è il codice dei dottori per dirti di prepararti a morire). Questo significa prepararsi a dire ai tuoi figli in pochi mesi tutto quello che pensavi avresti avuto ancora dieci anni di tempo per dirglielo. Questo significa essere sicuri che tutto sia stato organizzato in modo tale che per la tua famiglia sia il più semplice possibile. Questo significa prepararsi a dire i tuoi “addio”.

Ho vissuto con il responso di quella diagnosi tutto il giorno. La sera tardi è arrivata la biopsia, cioè il risultato dell’analisi effettuata infilando un endoscopio giù per la mia gola, attraverso lo stomaco sino agli intestini per inserire un ago nel mio pancreas e catturare poche cellule del mio tumore. Ero sotto anestesia ma mia moglie – che era là – mi ha detto che quando i medici hanno visto le cellule sotto il microscopio hanno cominciato a gridare, perché è saltato fuori che si trattava di un cancro al pancreas molto raro e curabile con un intervento chirurgico. Ho fatto l’intervento chirurgico e adesso sto bene.

Questa è stata la volta in cui sono andato più vicino alla morte e spero che sia anche la più vicina per qualche decennio. Essendoci passato attraverso posso parlarvi adesso con un po’ più di cognizione di causa di quando la morte era per me solo un concetto astratto e dirvi:

Nessuno vuole morire. Anche le persone che vogliono andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E anche che la morte è la destinazione ultima che tutti abbiamo in comune. Nessuno gli è mai sfuggito. Ed è così come deve essere, perché la Morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della Vita. E’ l’agente di cambiamento della Vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Adesso il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico ma è la pura verità.

Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non fatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno che cosa volete realmente diventare. Tutto il resto è secondario.

Quando ero un ragazzo c’era una incredibile rivista che si chiamava The Whole Earth Catalog, praticamente una delle bibbie della mia generazione. E’ stata creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park, e Stewart ci ha messo dentro tutto il suo tocco poetico. E’ stato alla fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer e del desktop publishing, quando tutto era fato con macchine da scrivere, forbici e foto polaroid. E’ stata una specie di Google in formato cartaceo tascabile, 35 anni prima che ci fosse Google: era idealistica e sconvolgente, traboccante di concetti chiari e fantastiche nozioni.

Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di The Whole Earth Catalog e quando arrivarono alla fine del loro percorso, pubblicarono il numero finale. Era più o meno la metà degli anni Settanta e io avevo la vostra età. Nell’ultima pagina del numero finale c’era una fotografia di una strada di campagna di prima mattina, il tipo di strada dove potreste trovarvi a fare l’autostop se siete dei tipi abbastanza avventurosi. Sotto la foto c’erano le parole: “Stay Hungry. Stay Foolish.”, siate affamati, siate folli. Era il loro messaggio di addio. Stay Hungry. Stay Foolish. Io me lo sono sempre augurato per me stesso. E adesso che vi laureate per cominciare una nuova vita, lo auguro a voi.

Stay Hungry. Stay Foolish.

Steve Jobs, commencement address 2005, Stanford University

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Conoscevate Jeff Dunham?? Beh io no…come ho vissuto 24 anni senza?? :D

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Dopo una giornata trascorsa tra laboratori e biblioteche, cosa fare per rilassarsi?
Pulire casa ovviamente! :D
Ebbene si, nonostante i miei numerosi tentativi di persuadere il “folletto” ed indurlo all’autogestione nel corso delle mie assenze diurne, la casa a fine giornata risulta una provincia afghana. Inutile fare affidamento nella Divina (ed umana) provvidenza che non arriverà mai, meglio rimboccarsi le maniche e provvedere da soli.
Ma il silenzio rende tutto più vuoto e più lento: le pulizie da che mondo e mondo si fanno a ritmo di musica!
Eh vabbè…si fa presto a parlare. Collega l’hardisk esterno, oppure tira fuori i tuoi venticinque dvd senza etichetta, oppure chissà cos’altro. Il lettore mp3 si incastra nel mocio. Di questo passo non finisco più di pulire…che si fa allora? Si pulisce a cappella, come i Neri per Caso? L’idea non è male, ma la vicina non sembra d’accordo.
Questo scenario apocalittico è destinato a finire: ho il piacere di presentarvi Jukefly, ossia la tua musica in punta di browser.
Scenario tipo. Ho il mio computer principale (quello meno antiquato almeno) in una località X, in una cartella vi è tutta la mia musica preferita. Io sono in località Y (o Y’, Z, ecc) e ho bisogno di ascoltare tutta la mia musica (avete capito o no che casa mia ha bisogno impellente di straccio e paletta??).
Soluzione. Installo un minuscolo e silenzioso server sul computer principale (in località X) ed il gioco è fatto. Mi basterà poi aprire il browser (Firefox, Opera o Internet Explorer se proprio devi), digitare l’indirizzo http://jukefly.com, inserire il mio nome utente e la mia password e voilà! Tutta la mia musica è pronta per essere ascoltata, attraverso una comoda interfaccia in Flash che permette di scovare l’artista, l’album o la canzone preferita. Si possono inoltre creare delle scalette (per gli anglofoni playlist), modificare il volume, mettere in pausa e via dicendo. Il tutto perfettamente gratis.
A questo punto non resta che provarlo ed aggiungere qualche nota conclusiva.
Per ora purtroppo il programma gira solo su Windows (il server sul pc fonte) ma a breve sono previste versioni Linux e OS X. Inoltre il programma invia sulla rete musica codificata a 128 kbit/s…una qualità che potrebbe far storcere il naso ai fanatici, personalmente l’ho provato ed il risultato è più che accettabile.
Da provare almeno una volta.

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Spirito Olimpico
Amaro…troppo amaro..

ps. I’m coming back…

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Lasciatemi passare un detto volgare – ma molto indicato – per descrivere una situazione surreale: “Sei andato per fottere e sei rimasto fottuto!”
Questa è la frase che si sente dire una persona che, partito con grandi aspettative di successo, si scontra con la dura realtà e subisce una profonda sconfitta, colpito a morte proprio dove si sentiva invulnerabile. Con queste quattro parole penso di aver descritto il sentimento di Alessandro Sortino, nota Iena e inviato di Matrix (tra le altre cose), pochi minuti dopo l’intervista ad Elio Mastella, il figlio ingegnere dell’ormai ex Ministro della Giustizia.
I fatti. Recatosi a Ceppaloni per documentare – alla maniera delle Iene – l’affaire Mastella, trova il figlio Elio accerchiato dai colleghi ed alquanto seccato. Comprensibilmente, aggiungerei…
A questo punto parte a punzecchiarlo su favori immobiliari e di vario genere ma con un esito del tutto imprevisto; il giovane ingegnere deve aver riconosciuto la Iena e, dopo aver sottolineato di lavorare come dipendente di settimo livello in Finmeccanica, con uno stipendio del tutto normale, si lancia al contrattacco: “Cosa fa tuo padre? Che ruolo occupa? E tu dove lavori? E tuo padre non ti ha aiutato?”
Il padre della iena Sortino è Sebastiano, ex direttore generale della Fieg e attuale commissario dell’Autorita’ per le garanzie nelle comunicazioni. Per la prima volta la iena diventa l’intervistato, e l’intervistato diventa la iena (anzi, facciamo un’aquila). L’imbarazzo è forte, il silenzio lo dimostra.

A telecamere spente cominciano le dichiarazioni, le minacce di querele e controquerele; sta di fatto che Mediaset ha deciso di non mettere in onda l’intervista perchè giudicata “poco equilibrata”. Dal canto suo Sortino minaccia le dimissioni come Iena ed incassa la solidarietà dei colleghi. E poco altro aggiungo io, poichè il figlio del mandarino senza semi ha colpito forte al fegato. Evidentemente allenato da anni di accuse di prensunti (presunti..) favoritismi e spinte, ha saputo mantenere la lucidità e ribaltare la situazione di imbarazzo.
Uno scontro non da poco che SkyTg24 (che strano) ha documentato con un servizio. “Prima di attaccare guardati dentro”. Non ricordo chi disse questa frase, la iena Sortino di sicuro no.
Forse era meglio mandare Giulio Golia.

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Di questi tempi, meglio riderci su…
Conoscendo i personaggi in questione e da aficionado del glorioso commodore 64, non si può evitare di sorridere.

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I congiunti hanno il viso sempre più scuro; i giornalisti corrono impazziti come formiche in piena estate; i dottori intorno non hanno più molto da dire.
Ci sono anche io a fissarti, anche io aspetto l’ultimo respiro. Non è stata una vita facile la tua, lo riconosco, e nemmeno così lunga. Come si può apprezzare tutto il bello della vita in soli due anni? Troppo poco davvero…
Se guardo indietro ripenso alla tua gestazione, così travagliata; penso ai primi mesi di vita, è stata una vera e propria lotta fin dal primo giorno, in un mondo così crudele.
Non hai potuto fare molto nella tua breve vita, o quantomeno non tutto quello che ci si aspettava; prima uno, poi un altro, a turno i tuoi organi, le tue parti costitutive facevano a gara per renderti la vita un inferno.
Gli ultimi di una serie di gravi attacchi: l’ulcera dini e la metastasi ceppaloniana. La prima ha fatto di tutto, ma davvero di tutto, per favorire il tuo trapasso: ogni mattina una nuova dichiarazione di guerra, un nuovo ultimatum. Abbiamo avuto la dimostrazione che si può avere rigetto con i propri stessi organi (uhm…un caso di non “self” alla nascita?? Mica solo uno..)
E mentre ti avviavi verso una lenta e tormentata convalescenza quei tipi loschi, che dico loschi, quel marciume della magistratura, quegli gnomi dalle orecchie lunghe chi ti vanno ad intercettare? Niente meno che sua eccellenza la moglie del ministro beneventano, del “mio” ministro, con l’ardimentosa quanto ingiusta accusa di concussione. Il nostro “mandarino senza semi” si aspettava una levata di scudi contro il mondo della pubblica accusa, ma evidentemente gli scrosci di applausi, la solidarietà bipartisan, non sono bastati a contenere la metastasi ceppaloniana.
Per il bene della famiglia, di sè e dei suoi come si scrive sulle cappelle dei cimiteri e in tutte le sezioni del partito con un campanile, il tuo male incurabile ti sta portando via.
Chi dice ore, chi dice giorni, chi fa già festa…festa per quale ragione poi.
Tu sei sempre stato, numero quindici, un infante gracile e cagionevole; lo sapevano bene, ma nessuno ha voluto/saputo schiarire quel buio pesto che per il futuro non promette nulla, ma proprio nulla di buono.
Le prossime 24 ore sono cruciali, dicono sempre i medici; io direi che lo sono di più le prossime settimane.

Al quindicesimo governo della Repubblica Italiana.

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Non sono morto, anche se il raffreddore si sta impegnando al massimo per complicarmi la vita.
Ultime parole per questo 2007; non che abbia scritto tantissimo nell’ultimo anno, invero sono stato abbastanza latitante. Tuttavia, come la maggior parte delle rubriche televisive, non resisto al fascino del “riassunto dell’anno che se ne va”….e provo a voltarmi ancora una volta prima di lanciarmi nel nuovo che incombe.
Quando si decide di raccontare una storia si sceglie un argomento principale, il perno intorno a cui far ruotare la vicenda; il mio è senza dubbio l’università, la mia vita nelle lande abruzzesi, e tutte le persone, gli episodi ad essa connessi che come gli affluenti di un fiume vi sfociano e lo rendono unico.
Questa storia comincia un anno fa, a capodanno; stesso umore disforico, stesso odio per le feste e qualche esame in meno. Ho appena detto “buon anno!” agli amici di sempre, quelli che si possono perdere di vista e riuscire a sentirli anche al buio, portarseli sempre dentro. Ho ancora lo stomaco insanguinato.
Due minuti dopo sono al tavolo della vecchia casa, le mie coinquiline scattano la foto di rito (a me e alla torta al cocco con le candeline).
Marzo, piscina, forte odore di cloro e occhi rossi; ad aprile sto preparando cognitiva e psichiatria, nella testa ho ancora le lezioni di Brunetti e le rimpiango non poco!
La prima settimana di maggio riprendono i corsi; il professore di Neuropsicologia mi dice che per il suo esame occorre sostenere prima quello di biologica. Due ore dopo comincio a preparare biologica e decido cosa voglio fare da grande. Giugno è un mese “-issimo”: intensissimo, impegnatissimo, brevissimo….inaspettato.
A luglio comincia la mia personalissima primavera e sul mio sentiero le orme impresse sul selciato raddoppiano. Agosto è Lecce, è una festa della birra, è un Long Island davvero troppo alcolico.
Settembre è il mio mal di stomaco, la mia bocca amara, la mia tensione, la mia stanchezza, la mia prova. Ottobre è la nuova partenza, nuove certezze, è anche l’inizio del mio terzo anno teatino. Novembre è cemento, colla a presa lenta, è un biglietto del parcheggio del comune di Foggia. E’ la prima volta che un prof mi chiama sul cellulare per incontrarmi. Dicembre è il Megalò strapieno ed io che mi aggiro con aria afflitta, sempre più afflitta. Sono i regali, è una maglia a righe, è un lettore mp3, è una nevicata pazzesca, è un sacco nero dell’immondizia usato come slittino.
Con quattro parole ho ripercorso un anno che da solo ne vale tre tanto è stato zeppo di eventi. Il più importante dei suoi affluenti è ancora accanto a me, è ancora l’argomento principe dei miei sogni.
Ora guardo avanti; questo 2008 dovrebbe portarmi bene a sentire l’oroscopo cinese. Questo è l’anno del topo e si da il caso che io appartenga (astrologicamente parlando) al simpatico roditore. Cosa mi aspetto? Sulla letterina ho scritto “laurea breve (finalmente…), nuovo portatile” e un sacco di altre cose che non posso scrivere qui.
Sono troppo impegnato a viverle.

Buon anno a tutti :)

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